Reti ed ecosistemi della complessità: oltre il limite gnoseologico

Relazione introduttiva di Eugenio Iorio al convegno Web2Society, Roma 23 novembre 2016

[1] FUORI DAL CAOS, ESSERE UN ELEMENTO DI ORDINE
A metà della seconda decade del ventunesimo secolo viviamo un interregno fatto di astrazione, complessità, globalità e tecnologia.
L’interpretazione razionalista della realtà non regge più.
Non c’è narrazione che contenga la realtà.
La nostra capacità, di uomini e donne, di comprendere le più estese ramificazioni del presente (per non parlare del futuro), solo apparentemente appiattite su una semplificazione spesso senza razionalità, è ostacolata dal collasso generale di quasi tutti i valori noti, ma ancor di più dalla mancanza di principi.
Una mancanza di spiritualità, una crisi dello spirito che deve essere superata se ogni uomo vuole assicurarsi il controllo del suo destino.
Dovremmo ricordare che l’uomo, la donna sono soprattutto spirito, creazione storica che devono tendere verso una coscienza superiore, senza la quale non si può comprendere il valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.
Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine.
E non si può ottenere ciò se non si conosce.
Conoscere è un dovere: gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo contribuire difendendo la democrazia, riconoscendo l’intrinseca incertezza della condizione umana.
In un mondo di certezze fanatiche, l’etica, ancor prima della moralità, potrebbe esser considerato un inutile fardello; ma in un mondo di contingenze, i principi etici e gli imperativi morali diventano una fonte di rassicurazione fondamentale, forse l’unica.

[2] DALLA REALTÀ ALL’IPERREALTÀ
Il desiderio non manca di nulla, mentre la vita si. Il consumismo domina i desideri, produce immaginari individuali, soffoca quelli collettivi, annulla la memoria.
In una società dell’incanto l’emotività domina la razionalità, riduce il principio di realtà a favore del principio del piacere/desiderio.
L’ individuo consuma nell’ illusione di soddisfare i propri desideri.
Ciò che acquista non sono valori d’ uso bensì un insieme di significati, di segni veicolati dal sistema degli oggetti.
Oggi non si acquista solo con il denaro, ma anche con l’attenzione, la socialità, la fiducia, con la reputazione.
Il segno-valore, che gli oggetti esprimono, diviene assai più importante delle tradizionali dimensioni che l’economia politica attribuisce al consumo: il valore d’ uso, il valore di scambio, le quantità, i costi o prezzi.
Il desiderio diviene materia del significato e della manipolazione dei segni; e ciò che tiene in vita la società dei consumi è l’abilità dei produttori nell’eseguire queste manipolazioni, ossia nel produrre significato.
Codici, immagini, segni determinano infatti le identità degli individui e il modo di relazionarsi agli altri: la realtà intorno a noi si è dissolta, o amplificata, in una iperrealtà dove il sistema di segni sostituisce la fisicità delle merci e le dissocia per sempre dai bisogni al cui soddisfacimento avrebbero dovute essere finalizzate.
In linguistica il segno si compone di un significante e di un significato.
Tra significante e significato non vi è un rapporto necessario, ma convenzionale. A sua volta il segno fa riferimento ad un referente, un soggetto reale.
Oggi tutti i processi comunicativi tagliano via ogni relazione tra segno, referente e realtà.
Il segno fluttua liberamente staccato da ogni riferimento al reale, con l’unico obbligo di circolare liberamente.
L’iperreale precede e costituisce il reale.
L’immagine virtuale non è più copia di una realtà esterna, ma l’unica forma di realtà a cui fare riferimento.
L’immagine virtuale non si è limitata a colonizzare il nostro immaginario, la sua influenza ricade anche sulla comunicazione e l’informazione provocandone una radicale trasformazione.
Vedere con i propri occhi è stato sempre sinonimo di oggettività.
Le nuove tecnologie digitali permettono la manipolazione dell’immagine, già allo stadio della sua formazione.
In un futuro in parte già presente le immagini non saranno necessariamente vere.
L’evidenza come criterio di verità ha perso ogni significato.
L’immagine è un prodotto autonomo, sintetico, completamente indipendente dal reale, puro frutto della creatività umana.
Ciò non può essere privo di conseguenze culturali, la prima delle quali è l’indifferenza nei confronti del vero.
Le nuove tecnologie rendono intercambiabili falso e vero, almeno a livello percettivo.
L’inflazione di una apparente verità frutto di simulazione priva la verità del suo aspetto sacrale.
Oggi la comunicazione può essere contraddittoria, senza per questo scandalizzare il suo uditorio.
La grande massa del pubblico vive l’impatto con l’evento solo emotivamente e rimuove immediatamente l’attenzione perché nuove immagini lo coinvolgono.
Viviamo oggi in una società “liquida”, incapace di fissare punti fermi e valori.
Anche la nostra attenzione è liquida e incapace di curiosità perché ci manca l’impegno per raggiungere e perseverare nella ricerca delle cause.
Questa liquidità dell’attenzione funziona anche come forma di censura e rimozione.
Oggi i politici possono fare in momenti diversi affermazioni contraddittorie sicuri che il pubblico non ne registrerà l’incompatibilità.
La realtà scompare e viene sostituita dal contrario di quella che essa era, o era creduta, o che magari non è mai esistita.

[3] LA DISINTERMEDIAZIONE DELLA CONOSCENZA
Le nostri menti vivono una anti-realtà, una iperrealtà, la cui sola ragion d’essere è di suggerirci, per contrasto, che la realtà vera esiste ed è tutt’intorno, mentre noi siamo invece sprofondati nella sua caricatura, nella sua menzogna, nel suo contrario.
Filosofi e poeti hanno da tempo separato la sfera della mente in tre componenti: informazione, conoscenza e saggezza.
Internet si concentra sul mondo dell’informazione, di cui favorisce la diffusione in modo esponenziale. Si escogitano funzioni sempre più elaborate, capaci in particolare di dare risposte a questioni di fatto, che non sono esse stesse alterate dal trascorrere del tempo.
I motori di ricerca sono in grado di affrontare con crescente velocità domande di crescente complessità. Tuttavia, un eccesso di informazione può paradossalmente inibire l’acquisizione di conoscenza e rendere la saggezza ancora più lontana di quanto fosse prima.
I fatti di rado si spiegano da soli; il loro significato, la loro analisi e la loro interpretazione dipendono dal contesto e dalle reciproche relazioni.
L’informazione, per essere veramente utile, deve essere posta entro un contesto più ampio di storia ed esperienza, in modo da qualificarsi come reale conoscenza.
L’acquisizione di conoscenza dai libri costituisce un’esperienza diversa da quella di Internet.
Poiché non è possibile leggere tutti i libri su un dato argomento, e tanto meno la totalità dei libri, né organizzare agevolmente tutto ciò che si è letto, l’apprendimento dai libri valorizza il pensiero concettuale: la capacità cioè di riconoscere dati ed eventi confrontabili e di proiettare schemi nel futuro.
Il computer ha risolto, in misura notevole, il problema dell’acquisizione, della conservazione e del recupero dell’informazione.
I dati possono essere archiviati in quantità di fatto illimitate e in forma maneggevole. Il computer rende disponibile una gamma di dati ineguagliabile nell’età dei libri.
Li confeziona in modo efficace; lo stile non è più necessario per renderli accessibili, e neppure la memorizzazione. Se si affronta una singola decisione avulsa dal suo contesto, il computer fornisce strumenti inimmaginabili anche rispetto a solo un decennio fa.
Ma in cambio restringe la prospettiva.
Proprio perché l’informazione è così accessibile e la comunicazione istantanea, c’è una diminuzione di attenzione al suo significato, e anche alla definizione di che cosa sia significativo.
Questa dinamica può incoraggiare i responsabili delle decisioni politiche ad attendere che un problema si ponga invece di anticiparlo, e a considerare i momenti di decisione come una serie di eventi isolati invece che come parte di un continuum storico.
Quando ciò si verifica, la manipolazione dell’informazione sostituisce la riflessione come principale strumento di politica.
Nello stesso modo, Internet ha una tendenza a ridurre la memoria storica.
La gente dimentica le cose che crede saranno disponibili esternamente e ricorda quelle che a suo giudizio non saranno disponibili.
Trasferendo così tante cose nel dominio del disponibile, Internet riduce l’impulso a ricordarle.
La tecnologia delle comunicazioni minaccia di diminuire la capacità dell’individuo di ricerca in profondità, accrescendo la tendenza ad affidarsi alla tecnologia come facilitatrice e mediatrice del pensiero.
Un cambiamento della coscienza umana può mutare il carattere degli individui e la natura delle loro interazioni, e così iniziare a modificare la stessa condizione umana.

[4] L’ERA DELLA SOGGETTIVITÀ BIOMEDIATICA
Il bisogno di essere costantemente in rete, il bisogno di apparire, l’incapacità di pensiero profondo, la memoria labile, la dipendenza dal gruppo e da un ambiente tecnologico in cui la domanda di conoscenza e di informazione non nasce da percorsi di ricerca individuali bensì da emozioni, pratiche e decisioni collettive, condivise dal gruppo di riferimento, modificano profondamente i processi di conoscenza.
I contenuti della conoscenza non contano in quanto tali, ma assumono significato e rilevanza esclusivamente alla situazione contingente; la maggior parte delle conoscenze e delle informazioni che desideriamo ottenere è a un click di distanza, per cui esigiamo risposte immediate e rifiutiamo di perdere leggendo libri.
La riduzione a routine di comportamento condizionate dalla continua fruizione mediologica di ambienti social, l’occupazione ossessiva del tempo di vita e della nostra attenzione da parte delle timeline di nostro interesse sono un limite gnoseologico, una gabbia epistemologica di framing imposti, un dominio dei sensi e delle emozioni, una prigione cognitiva.
In questa gabbia, il sistema di reputazione, simulacro di qualsiasi matrice cognitiva si voglia organizzare, genera un’influenza egemone e diffusa sul reale, più difficile da definire perché agisce sull’interpretazione del mondo attraverso specchi interposti e meccanismi di influenza biopolitica ed esperenziale.
Nel mondo contemporaneo, la coscienza umana prende forma tramite un filtro senza precedenti. Televisione, computer e smartphone formano una tripletta che offre un’interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno.
Le interazioni umane nel mondo fisico vengono inesorabilmente sospinte nel mondo virtuale dei dispositivi connessi in rete.
Internet nella sua complessità di ambienti e di sistemi di informazione, ha avviato un’era biomediatica, caratterizzate dalla trascrizione virtuale e dalla condivisione telematica delle biografie personali attraverso i social network e dalla trasformazione delle categorie di pubblico/privato.
L’emotional sharing, la condivisione emotiva dei contenuti, si impone sul diritto alla riservatezza: l’io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è la prassi.
Il torrente continuo di informazioni scivola ormai sui sempre-connessi che vivono tra uno stato di narcosi e l’iper-eccitazione chimica dello stimolo a competere.
Da questo punto di vista, Facebook si inserisce a pieno titolo nella grande saga della costruzione della soggettività, mentre Google della costruzione di gabbie gnoseologiche e di gestione della percezione; entrambe caratterizzano in modo essenziale la contemporaneità.
Allo smart power degli ambienti mediatici transmediali che tendono a manipolare e gestire la percezione della realtà, l’individuo tende a reagire.
L’individuo incomincia a formare una ipersensibilità, seppur non ancora del tutto espressa, che inizia a porre in discussione la fiducia e la credibilità delle fonti informative ma è condizionata dal proprio echo chamber e dall’influenza delle proprie reti omofiliache.
Questa nuova soggettività biomediatica fa apparire gli individui come su delle zattere violentemente sospinte dalle correnti informazionali, che solo a volte riescono a surfare, capendone limiti, criticità e problematicità. Molte volte, se pur alla ricerca di ancoraggi stabili e appigli, l’individuo sembra andare alla deriva della disinformazione e della manipolazione cognitiva.
La manipolazione (a fini politici o commerciali) è la cifra di tutti i media elettrici, dalla radio a Internet, passando per la Tv.
Certi seguaci di McLuhan lo negano, sostenendo che i media possono al massimo decidere l’agenda setting (cioè decidere per noi quali sono i temi degni di interesse) ma non manipolare le nostre opinioni. Viceversa McLuhan era molto più radicale, visto che pensava che l’esposizione ai media modificasse in profondità il nostro corpo e la nostra mente, “adescandoci” con la trappola dei contenuti (ben oltre la banale manipolazione, dunque).
Ciò detto, la morale di questa storia è che essa ci fa capire come il grado di manipolazione sia venuto costantemente crescendo, per cui Internet (o meglio le sue applicazioni 2.0, come i social media) sta in tal senso raggiungendo inediti vertici di sofisticazione.

[5] ADOTTARE LA COMPLESSITÀ
Viviamo un mondo complesso. Le società implodono.
Ogni settore collassa su se stesso sfumandosi in quello accanto, ripiegandosi l’uno nell’altro.
L’identità si fa plurale, proteiforme, alimentata da fonti inesauribili e sterminate.
Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della tecnologia inaugurano così l’era del post-fordismo: incertezza, precarietà, sviluppo smisurato dell’economia terziaria di basso livello sono le sue variabili più qualificanti.
Ma l’iperrealtà non significa solo dissoluzione della realtà oggettiva.
Tutto si dissolve totalmente in informazione e comunicazione, compreso l’individuo.
Non avendo più una realtà di riferimento, il soggetto non può più essere legato al proprio ambiente da una relazione oggettiva: tutte le rappresentazioni decadono, ogni distinzione e distanza tra il sé e l’ambiente viene annullata. La dialettica soggetto/oggetto, pubblico/privato perde di ogni significato.
L’individuo non è più un attore o drammaturgo, ma il terminale di reti molteplici.
Tutto ciò potrebbe condurre il soggetto ad una nuova forma di schizofrenia, dove vi è una prossimità eccessiva di ogni cosa, una trasparenza priva di necessarie interiorità nascoste, un’”immonda promiscuità” dove tutto lo investe e penetra senza incontrare alcuna resistenza; neanche il corpo funge più da protezione personale:
È la vittoria del neoliberismo, l’unica grande ideologia del nostro tempo, “il cui capolavoro è stato quello di non farsi credere tale, ma presentarsi quasi come una legge di natura, una condizione ineluttabile.
E così, grazie alla sua immensa opera di distruzione/creazione, il nostro mondo si è tramutato in un grande magazzino, dove noi diventiamo le sue stesse merci, sebbene tra i suoi dogmi ufficiali vi è quell’esaltazione incondizionata dell’individuo proprietario e consumatore, padrone delle sue libertà – libertà, però, che si riducono tutte, irrimediabilmente, al solo potere d’acquisto che viene operato nel mercato dei consumi.
Questa malsana ideologia che ci vorrebbe tutti isolati, “perfettamente consapevoli” delle nostre scelte utilitaristico-razionali, sradica con indifferenza i nostri vincoli storici, culturali, territoriali, catapultandoci in un mondo globalizzato in cui le relazioni sociali non contano più nulla.
E allora bisogna adottare la complessità che ci vive attorno, comprenderla, e farla nostra.
Bisogna riappropriarsi dei propri spazi, ri-nobilitarli, e sfidare così quel “presente senza tempo” che annienta alla radice l’immaginazione, l’unica che, davvero, potrebbe prendersi in carico la costruzione di un futuro possibile.
Abbiamo quindi bisogno di relazioni sociali, non di sterili transazioni (commerciali), ma di comunità, dei sui rituali e delle sue cerimonie, e della loro attesa, perché è lì che nasce la sua infinita ricchezza semantica.
E allora sarà proprio quella complessità che diventerà la nostra migliore amica, e che un bel giorno, a furia di praticarla, si tramuterà in un altro tipo di semplicità, quella che sorridendo leggera si farà beffa della densità, della frammentarietà ingestibile, della velocità senza pause, perché sarà la sua attesa, la sua illusione, la sua praticità a condurla in un mondo dove la complessità è perfettamente leggibile, e dove le vere emozioni non saranno più sepolte sotto lastricati di semplicità senza sforzo; non saranno più bandite sotto sterminati pacchetti di semplicità pronti al consumo.
Ma ripopoleranno i soggetti delle proprie complessità, del proprio intimo sentire, che poi è lo stesso che di riflesso dovrebbero vivere là fuori, in quella realtà dissolta dalle semplici interferenze, ma che per alcuni però risulta più remunerativo se non è vissuto affatto.
E poi magari, alla fine, il soggetto potrà nuovamente emanciparsi nonostante quelle infinite “reti di influenza”; nonostante quella assoluta prossimità e istantaneità delle cose che lo rende a suo modo “schizofrenico”; nonostante l’annunciata perdita della sua intimità, affinché le complessità che affollano la propria interiorità lo riportino in auge sulle scene delle proprie rappresentazioni, e sulle scene, poi, di una sfera pubblica e sociale rinnovata, in cui quelle sue stesse rappresentazioni saranno perfettamente congeniali e coscienti per affrontare tutta la complessità e frammentarietà di questa nostra epoca.

[6] È ORA DI TORNARE AL FUTURO.
Oggi il nostro compito è costruire una infrastruttura intellettuale: ovvero costruire non solo idee, ma anche istituzioni e percorsi concreti che permettano di inculcare, incarnare e diffondere tali idee.
Abbiamo bisogno di idee, modelli e regole.
E da alcune di queste vorrei partire per dar vita a questa comunità indipendente di pensiero e di ricerca che vuol contrastare l’ideologia della comunicazione.
Rubo a Jean Baudrillard 10 regole preziose e le adatto alla nostra contemporaneità.
1. Non separarsi mai dalla sensibilità e dall’intelligenza.
2. Manifestare solo pensieri futuribili.
3. Passare il tempo a smontare e rimontare il mondo.
4. Non perdere mai di vista la presenza del dubbio.
5. Applicarsi con una logica implacabile a seguire l’evento per subito analizzarne il contrario.
6. Rendersi conto della caducità e della nullità del pensiero dominante che rovinato l’economia politica concludendosi nella società dei consumi.
7. Continuare a essere brillanti, seducenti, immaginativi, allegorici e violentemente innamorati.
8. Opporre continuamente e con entusiasmo alla voracità del reale le forza dell’illusione e festosità delle apparenze.
9. Ricordarsi che l’impegno umano è il vero antidoto al vecchiume.
10. Ricordarsi di spegnere lo schermo, respirare e vivere.
Il futuro ha bisogno di essere costruito.
È stato demolito dal capitalismo neoliberista e ridotto a una promossa al ribasso di maggiori diseguaglianze, conflitto e caos.
È ora di tornare al futuro.