100 anni da Sykes Picot: ma è davvero tutta colpa dell’Occidente?

Cento anni sono passati dagli accordi di Sykes Picot, ovvero da quello che comunemente è definito come il piano anglo-francese per la spartizione del Medioriente. A cento anni da quegli accordi – codificati (con modifiche) nella Conferenza di San Remo e nel Trattato di Sevres – è ormai un cliché in Occidente sostenere che “gli attuali problemi del Medioriente sono derivati dall’accordo del 1916”.

Affermare che gli attuali drammi del Medioriente sono meramente responsabilità di Sykes – Picot, significa perdere di vista il peso della storia precedente all’accordo anglo-francese e il peso della storia successiva.

In primis, per chiarire, non fu’ l’Europa Occidentale a sfidare per prima il potere Ottomano. Precedentemente all’arrivo di Londra e Parigi in Medioriente, infatti, erano stati i russi ad attaccare il sultanato nella guerra russo-turca, conclusasi con la firma del Trattato di Küçük Kaynarca del 1774, Grazie a quell’accordo, Costantinopoli fu costretta a cedere a Mosca importanti territori, tra cui il porto di Kherson, che diede alla Russia il primo accesso al Mar Nero. Tra le altre cose nel 1915, appena un anno prima della firma dell’accordo di Sykes – Picot, Londra e Parigi firmarono proprio con Mosca l’Accordo di Costantinopoli, un patto segreto secondo il quale alla Russia sarebbe spettato il controllo di Costantinopoli e dei Dardanelli, in seguito alla caduta dell’Impero Ottomano.

L’accordo di Sykes – Picot, quindi, segnò solamente la fase finale della vita dell’Impero Ottomano, ormai noto nelle cancellerie internazionali come il “malato del Bosforo”. Indubbiamente, anche gli europei crearono demarcazioni artificiali e favorirono una minoranza locale rispetto ad un’altra, ma questo avvenne in una situazione in cui era assolutamente difficile trovare nella Regione, gruppi realmente capaci di costruire realtà statuali legittime, oltre i vincoli tribali.

Gli inglesi, in particolare, riuscirono a trovare queste realtà legittime, solamente nel movimento sionista e nella dinastia Hashemita, discendente direttamente dal Profeta Maometto e all’epoca Custode dei due Luoghi Santi dell’Islam (La Mecca e Medina). Non a caso, sia i sionisti che gli Hashemiti, decisero di non sposare il jihad Ottomano in sostegno alla Triplice Alleanza.

Tra le altre cose, sin dal 1915 furono avviati contatti tra il movimento sionista e la dinastia Hashemita: ben noto fu lo scambio di lettere avvernuto tra l’Emiro Faysal, e Chaim Weizmann, all’epoca Presidente dell’Organizzazione Sionistica Mondiale e poi eletto primo Presidente dello Stato di Israele. Al di là dei cambiamenti della politica estera inglese – soprattutto verso il movimento sionista – è un dato di fatto che, ancora oggi, gli eredi di quello scambio epistolare, hanno trovato un modo per convivere pacificamente, rappresentando una delle poche aree di stabilità nell’attuale Medioriente. Israele e Giordania, infatti, dopo una serie di guerra combattute (malvolentieri), hanno firmato un accordo di pace nel 1994 ancora oggi in vigore.

E’ vero piuttosto che, quanto sta accadendo oggi, ha una connessione diretta con le problematiche che Sykes e Picot si trovarono davanti nel 1916, al momento del crollo definitivo dell’Impero Ottomano. Escludendo rari casi, la maggior parte delle leadership arabe del XX secolo, non ha fatto nulla per creare movimenti nazionali capaci di poggiare la loro legittimità su un ethos generalmente riconosciuto. Al contrario, i vari dittatori regionali, hanno sempre preferito contare principalmente sulla fedeltà del clan, legittimando il loro potere a livello nazionale con la giustificazione della lotta contro il “nemico sionista” e profittando delle contingenze internazionali (soprattutto durante la Guerra Fredda).

Lo stesso accordo di Sykes – Picot – e altri firmati in quel periodo – venne capovolto davanti ad alcuni eventi rivoluzionari, In primis, quando Ataturk riconquistò ai greci l’Asia Minore, la Tracia Orientale e Costantinopoli (conquiste ratificate nel trattato di Losanna del 1923). Un altro avvenimento che segnò la fine immediata di Sykes – Picot, fu la conquista dell’Hijaz da parte di Abdulaziz al-Saud nel 1924 (e la conseguente fine del potere dello Sceriffo della Mecca Hussein al-Hashemi) e la definitiva nascita dell’Arabia Saudita nel 1932. Sebbene gli inglesi non videro con dispiacere la presa del potere da parte di Abdulaziz al-Saud, le sconfitte subite dallo Sceriffo della Mecca, furono in primis causa delle sue stesse debolezze e dei dissidi con i figli Feisal e Abdullah, divenuti nel frattempo monarchi in Iraq e Transgiordania (oggi Giordania). Indiretta dimostrazione di questa debolezza fu il fallimento di Hussein al-Hashemi di ergersi a nuovo Califfo dell’Umma Islamica, dopo l’abolizione del Califfato da parte di Ataturk nel 1924.  Infine, probabilmente, l’evento che segnò la fine definitiva di Sykes – Picot fu la cruenta fine del Regno di Feysal II in Iraq, nel 1958.

Non solo: a dimostrazione della possibilità araba di ridisegnare i confini in seguito all’accordo di Sykes – Picot c’è anche l’esperienza della Repubblica Araba Unita (RAU), promossa dall’ex Presidente egiziano Nasser. Questa esperienza, che vide l’unione tra Egitto e Siria nel nome del panarabismo, durò lo spazio di tre anni (1958-1961) e terminò quando Damasco decide che ne aveva ne aveva abbastanza.

Un’ultima e breve riflessione sull’Islamismo, l’ideologia politica che sta oggi mietendo più vittime in Medioriente. Se buona parte della regione mediorientale ha fallito nella creazione di leadership nazionali legittime, una grande responsabilità deve essere data proprio all’Islamismo politico e alla sue versioni più radicali (nel sunnismo il salafismo e nello sciismo il khomeinismo). Se per un verso l’Islamismo è stata la risposta al fallimento d’ideologie quali il socialismo arabo e il panarabismo, è anche vero che questa ideologia politico-religiosa, ha fallito il suo aggancio alla modernità.

Un esempio lampante di questo fallimento, nel contesto Sciita, è anche la Rivoluzione Khomeinista del 1979. Salutata anche dagli intellettuali Occidentali come la vittoria degli oppressi contro il oppressori e come il modello alternativo a quello bipolare, questa rivoluzione ha ben presto messo ai margini le realtà contrarie al modello politico della Velayat-e Faqih (il Potere del Giureconsulto), per imporre, ad una delle società civili più sviluppate e colte del mondo islamico – un sistema fondamentalista e arcaico.

Concludendo, possiamo dire che l’anniversario dei cento anni dalla firma del trattato di Sykes – Picot, più che diventare l’ennesimo momento di mea culpa Occidentale, deve rappresentare una occasione di riflessione per l’intera Comunità Internazionale sulle strategie da seguire nel prossimo futuro. Pensare di stabilizzare il Medioriente attraverso fallaci slogan e rafforzando l’Islamismo khomeinista in risposta a quello sunnita/wahhabita/salafita, molto difficilmente riuscirà a provocare effetti positivi nella regione mediorientale.

Al contrario, questa strategia, rischia seriamente di disegnare il futuro della regione mediorientale meramente sulle divisioni religiose/settarie, ritardando la presa di coscienza da parte delle élite arabe locali della necessità di avviare un serio processo di assunzione delle proprie responsabilità, di costruzione di un serio national-building e di aggancio ai processi di modernizzazione economica.